Contribution to the 13th International Communist Seminar

"The Strategy and Tactics of the Struggle against Global US Imperialist War"

Brussels, 2-4 May 2004
www.icsbrussels.org , ics[at]icsbrussels.org

TRA L’INCUDINE E IL MARTELLO LA LOTTA ANTIMPERIALISTA NELL’EPOCA DELLA COMPETIZIONE GLOBALE

Rete dei Comunisti
Italia

 

LA COMPETIZIONE GLOBALE TRA BLOCCHI IMPERIALISTI

La fase storica attuale presenta molti elementi di discontinuità rispetto a quella precedente ma si pone al tempo stesso in continuità con il processo storico, interrotto dalla Rivoluzione d’Ottobre, di formazione di un unico mercato mondiale, basato sulla generalizzazione a tutto il pianeta del modo di produzione capitalistico. Quella che viene definita globalizzazione non è che un processo imperialistico di espansione di un modello capitalistico limitato, fino a 15 anni fa, a una sola parte del mondo.

Questa tendenza trova un riflesso all’interno, nei rapporti di forza e nella composizione di classe della società, sia sul piano esterno, perché riappare e si acutizza, attraverso la sempre più evidente contrapposizione tra blocco statunitense e blocco europeo, prima solo economica ma sempre più anche politica e militare, la tipica contraddizione tra imperialismi in competizione per il controllo dei mercati e delle risorse mondiali.

Dopo una fase di relativa concertazione siamo passati ad una fase di crescente competizione intercapitalista. Siamo passati dalla fase della mondializzazione a quella della competizione globale: il capitalismo una volta raggiunto il livello più alto del suo sviluppo non può che entrare in competizione con se stesso e con le frazioni su cui si è articolato a livello mondiale.

I soggetti di questa competizione non sono più gli Stati nazionali su cui si è articolato l’imperialismo tra la fine dell’800 e il 1900, ma i blocchi. Blocchi economici soprattutto, ma tendenzialmente blocchi politici e militari. Il blocco è qualcosa di più di un’area valutaria o commerciale: è il tentativo di sistematizzare tutte le risorse disponibili per la competizione globale, inclusi gli Stati, le monete, le istituzioni, le forze armate, ma soprattutto il capitale e il lavoro.

A causa della caduta del campo socialista per la prima volta nella storia del capitalismo si realizza la creazione di un unico mercato mondiale, dovuto alla necessità di trovare uno sbocco all’accresciuta produzione di merci e soprattutto alla necessità di trovare investimento per il capitale accumulato in eccesso.

La concentrazione del potere economico nella società, cui è connessa anche la centralizzazione dei processi di decisione politica e di formazione delle coscienze, rappresenta la caratteristica fondamentale dell’attuale fase di sviluppo del capitalismo. Il movimento complessivo del Capitale produce una forte spinta alla competizione e alla difesa di rendite di posizione monopolistiche anche a livello dei blocchi economici e delle aree valutarie centrali nel sistema imperialista.

I centri del capitalismo collaborano per imporre condizioni genericamente favorevoli al proprio sviluppo (libero mercato, debito estero, privatizzazione delle utilities e dei fondi pensione pubblici, ecc) ma confliggono quando si tratta di spartirsi i nuovi mercati e le nuove risorse messe a disposizione dalla appropriazione privata dell’economia pubblica.

Nonostante si possa dire che fino alla caduta del blocco socialista e negli anni immediatamente dopo il 1989 le centrali capitalistiche mondiali abbiano collaborato attivamente alla realizzazione del mercato unico mondiale capitalista riuscendo ad imporre a tutto il pianeta il sistema economico basato sul cosiddetto "libero mercato", gli interessi concreti e specifici dei vari centri imperialisti sono stati sempre tutt’altro che unitari. Così come il modo di produzione capitalistico non è un moloch unico, ma una molteplicità di capitali in concorrenza, così l’imperialismo deve essere considerato da centri imperialisti in competizione tra loro.

A questa tendenza è riconducibile la situazione di guerra permanente in atto e la trasformazione del ruolo dello Stato all’interno della formazione di blocchi sovrastatali come l’Unione Europea o l’ALCA.

L’analisi ha individuato l’esistenza tendenziale di tre poli imperialisti: quello egemonizzato dagli USA; quello costituito dall’Unione Europea, costruito attorno ad un centro formato dall’asse Franco-Tedesco ed in espansione nei Balcani e nel Mediterraneo; quello asiatico ancora alla ricerca di un paese guida dopo il ridimensionamento del Giappone.

Tutti e tre i poli presentano le caratteristiche tipiche delle formazioni imperialistiche: dominio dei monopoli; concentrazione dei capitali al proprio interno; prevalenza dell’esportazione di capitali rispetto a quella delle merci; egemonia del capitale finanziario su quello cosiddetto produttivo.

La nascita delle contraddizioni tra i poli deriva dallo sviluppo diseguale delle diverse parti o frazioni di capitale che lo compongono, a causa delle differenti condizioni di accumulazione esistenti e del diverso sviluppo delle forse produttive. La crescita differenziata conduce alla modifica dei rapporti di forza economici e quindi alla rottura dell’equilibrio complessivo del sistema. La potenza egemone, cioè quella economicamente più avanzata, tende a perdere posizioni rispetto a quelle concorrenti soprattutto a causa dell’aumento della composizione organica del capitale, che essendo più consistente nei settori dominanti e quindi più sviluppati del capitale internazionale, genera una maggiore sovrapproduzione di capitale e dunque una più alta vulnerabilità alla caduta del saggio di profitto e alla crisi.

Se nel secolo scorso toccò all’Inghilterra, oggi tale processo tende a ripresentarsi dal momento che gli USA stanno progressivamente perdendo la propria egemonia economica. La crisi di sovrapproduzione di capitale

ha rafforzato questa tendenza mettendo in maggiori difficoltà gli USA.

 

STATI UNITI E POLO EUROPEO: UN’ASPRA COMPETIZIONE

Sugli aspetti legati alla natura e alla strategia imperialista degli Stati Uniti, incarnata negli ultimi anni dall’amministrazione Bush e soprattutto dal cosiddetto gruppo dei Neoconservatori, non mi dilungo, perché questi aspetti sono stati egregiamente ed estesamente trattati nelle scorse edizioni del Seminario Comunista Internazionale e lo saranno anche negli interventi delle altre delegazioni.

I settori economici egemoni in Europa si muovono, da anni, per far sì che questa regione del mondo sia in futuro un polo di riferimento e competitivo distinto da quello degli Stati Uniti. L’adozione dell’Euro come moneta unica è il vero motore di questo processo. È stata soprattutto la nascita dell’Euro a porre le basi per una sfida globale all’egemonia economica degli USA che, fino a questo momento, attraverso il signoraggio esercitato su tutte le economie mondiali attraverso il dollaro (unica moneta di riserva e di scambio internazionale prima esistente) ha imposto una sorta di tassa su tutte le transazioni commerciali e finanziarie internazionali, alimentando così il loro smisurato deficit pubblico e del commercio estero che oggi rischia di far crollare su se stesso l’intero sistema economico statunitense. La nascita dell’Euro non ha ancora dispiegato tutti i suoi effetti come fattore di rottura del signoraggio mondiale del dollaro (uno dei quattro fattori di egemonia imperialista insieme al rimpatrio di profitti e interessi sugli investimenti esteri, allo scambio disuguale e alla riscossione degli interessi sul debito estero). Ma a nessuno sfuggono "dettagli" come le ambizioni dei paesi produttori di petrolio ad utilizzare l’Euro nelle transazioni petrolifere (costate all’Iraq una invasione) o gli effetti della svalutazione del dollaro che gli USA hanno utilizzato sia contro l’Europa sia per cercare di stabilizzare una bilancia dei pagamenti in crisi. L’Euro inizia ad imporsi anche come moneta di riserva e per le transazioni in molti paesi importanti.

Si afferma spesso anche a sinistra, che se l’Europa Unita esiste dal punto di vista economico e finanziario lo stesso non accade per quanto riguarda il livello politico e militare. In realtà anche questi due livelli di unificazione hanno subìto, negli ultimi anni, una netta accelerazione, resa ancora più esplicita dopo il repentino cambiamento di governo a Madrid che dopo anni di alleanza con gli Stati Uniti porta un grande e importante paese all’interno del progetto politico di costruzione di un polo europeo forte.

I passi in avanti compiuti rapidamente nella trasformazione delle attuali istituzioni europee, con l’allargamento ad est, con la carta sociale, lo spazio giudiziario e poliziesco unico, la politica estera e di difesa comuni, ed infine la Costituzione dimostrano la volontà da parte dei poteri forti europei di accelerare un processo di unificazione anche politico che certamente fino ad ora era stato ritardato dalle contraddizioni interne alle diverse frazioni della borghesia e dalla litigiosità degli Stati Nazionali.

Le incertezze implicite nell'allargamento dell'Unione ai paesi dell'Europa dell'Est ed i contrasti sui criteri decisionali di una Unione Europea a 25 membri hanno "costretto" a un rafforzamento del criterio delle "cooperazioni strutturate" intorno l'asse franco-tedesco, una sorta di direttorio/locomotiva che trascinerà chi accetterà di salire sul treno della centralizzazione monetaria, politica e militare.

L'asse franco-tedesco è il vero motore della costruzione europea. Non c'è solo la posizione comune contro la guerra in Iraq, c'è ormai una integrazione economico-finanziaria consolidata, una sinergia di leadership politica, le posizioni prese nel vertice NATO di Praga, il documento comune e il vertice a quattro di Bruxelles sulla difesa, il vertice a tre di Berlino in cui Parigi e Berlino hanno "imbrigliato" la stessa Gran Bretagna. Questa imbrigliatura di Londra ha portato al recente documento sulla Difesa siglato appunto da Francia, Germania e Gran Bretagna. Quest'ultima non vuole rimanerne tagliata fuori ma, contemporaneamente, non rinuncia a fungere da "garante" degli interessi strategici USA sulle ambizioni europee.

L'obiettivo resta quello di avere a disposizione una forza militare di intervento per avviare operazioni a vasto raggio e con ampia proiezione internazionale con un ricambio sul campo dopo 30 giorni di operazioni. Gli incrementi sui budget militari di singoli paesi europei dovranno essere rilevanti. Javier Solana ha già ammonito che "per elaborare una difesa collettiva alcuni paesi dovranno effettuare ristrutturazioni dolorose e stanziare fondi supplementari" per trasformare forze statiche in unità flessibili e proiettabili a grande distanza. Romano Prodi nel suo "Manifesto per l'Europa" parla apertamente dell'assunzione di responsabilità militari e di conseguenze nei bilanci.

Il documento franco-tedesco delinea i meccanismi decisionali del nuovo Esercito Europeo:

a) Se non tutti i membri UE sono disponibili, si ricorrerà alle "cooperazioni strutturate"; b) Costituzione di una "cellula" europea dotata di un comando integrato all'interno del comando NATO di Mons, in Belgio.; c) Costituzione della Agenzia Europea per la politica degli armamenti (quindi adozione di standard e tecnologie tarati sull'industria militare europea).

 

L’IMPERIALISMO EUROPEO: PERICOLOSO PER SE’ E PER GLI ALTRI

Il presunto patrimonio "progressista" dell'Europa sembra essersi esaurito alla fine degli anni '80, e alimentarne l'illusione potrebbe essere tragico per le forze anticapitaliste. L’Europa imperialista che si sta costruendo deve rivoluzionare completamente il proprio assetto interno per poter sperare di competere con gli USA ad un pari livello. Per questo un’unificazione europea sotto il segno del capitalismo e della competizione globale non può che essere pericolosa sia per sé che per gli altri.

Uno studio documenta come gran parte degli scambi mondiali siano concentrati nelle attività delle grandi multinazionali ma anche come la maggior parte di questi scambi siano all’interno della filiera della stessa multinazionale. Nel caso di società francesi questo scambio "internazionale/interno" è pari all’80%, in quelle italiane e giapponesi si sale al 95%, nel caso statunitense si va all’86%, in quelle inglesi si scende al 78% (Rapporto INSEE, in Alternative Economique, gennaio 2004).

Per le multinazionali, il mercato principale resta quello del paese della casa-madre e regionale: dunque la Europa per le multinazionali europee, il NAFTA per quelle degli USA (Hirst e Thompson: "La globalizzazione dell’economia"). I numerosi contenziosi commerciali tra UE e USA, il fallimento delle riunioni del WTO a Seattle e a Cancùn, la accresciuta concorrenza tecnologica (dal progetto Galileo a quello Airbus) rivelano i livelli della competizione. Il protezionismo torna ad agire concretamente come sistema di difesa dei mercati interni - ieri degli Stati nazionali e oggi di quelli interni ai blocchi sovranazionali. E’ una tendenza talmente forte che ha visto emergere al vertice della WTO una singolare coalizione di paesi emergenti (il G 22) che si è opposta in modo "protezionista" al protezionismo coalizzato di USA ed UE.

L’UE che annette l’Europa dell’Est e gli Stati Uniti che puntano ad annettere l’America Latina attraverso l’ALCA ed a dollarizzare le economie Latino-americane, sono indicativi di questa tendenza a strutturare blocchi regionali sempre più omogenei strategicamente ma disuguali al proprio interno, un dislivello indispensabile per potere essere competitivi sia a livello globale che dentro il proprio blocco.

I paesi dell’Europa dell’Est che entrano nell’UE e i paesi del sud del Mediterraneo che dovranno entrare nel Mercato Unico con l’Europa nel 2010 (secondo quanto stabilito dalla Conferenza Euro-mediterranea di Barcellona) si convertono in una periferia interna che somiglia alla caserma di un grande esercito industriale di riserva a disposizione del nucleo forte del capitale "europeista".

Uno studio della AT Kearney su dati dell’OCSE afferma che la ricchezza degli USA è costituita per il 70% dal capitale umano e per il 30% dalle risorse fisiche e finanziarie. In Europa la situazione appare invece diversa: 54% della ricchezza dovuta al capitale umano e il 46% alle risorse fisiche e finanziarie. Non è il solo livello di istruzione della forza lavoro a fare le differenze. Appaiono decisivi la durata della vita lavorativa, la quantità della forza lavoro occupata rispetto a quella disponibile, il livello dei salari. Mancano completamente i fattori di coesione e protezione sociale. Sanità, scuola, servizi sociali, sostegno al reddito per precari e disoccupati sono fattori superflui e quindi da eliminare, privatizzandoli o liquidandoli dalla sfera pubblica.

L’UE che sta prendendo corpo sta facendo propri questi criteri proprio perché ha sposato in pieno la tesi della competizione globale con gli Stati Uniti. L’Europa si sta "amerikanizzando" per poter competere con il modello americano: privatizzazione dei servizi pubblici, sociali ed energetici, iniziativa privata nell’economia strategica, smantellamento delle conquiste sociali, precarizzazione del mondo del lavoro, uniformità del modello culturale, controllo politico, poliziesco e sociale interno da parte degli Stati, speculazione finanziaria internazionale, politica estera colonizzatrice... Per non parlare della situazione dei/delle migranti senza documenti, senza domicilio; della natura saccheggiata da un modello di sviluppo insostenibile; dei popoli, sottoposti ad un forte processo di assimilazione linguistica e culturale; addirittura di certi settori responsabili delle tradizionali economie nazionali, che si vedono sempre più impoveriti. In poche parole, regressione democratica ed aumento del totalitarismo, in nome della sicurezza e della competizione.

L’appropriazione privata della ricchezza, in assenza di deterrenti (la minaccia sovietica, un forte movimento sindacale, le lotte di liberazione anticoloniale), è tornata a crescere ai livelli precedenti allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. La maggiore ricchezza prodotta non si distribuisce in modo tendenzialmente equilibrato ma attraverso la finanziarizzazione aumenta la concentrazione, ricrea i monopoli, riduce la concorrenza alla sola dimensione del lavoro mentre protegge i mercati interni attraverso la costruzione di grandi blocchi economici e politici sopranazionali, liberisti all’interno e protezionisti all’esterno. La competizione globale, dopo aver orientato il conflitto contro i paesi della periferia non può che riorientare il conflitto tra poli simili tra loro per sviluppo delle forze produttive.

Sono sempre più numerose le violazioni dei diritti individuali e collettivi, civili, economici, culturali o politici, che si commettono in nome della sicurezza e della difesa della democrazia, sia a livello planetario, sia in seno alla stessa UE. L’introduzione legale delle famose "Liste Nere" individuali e collettive, ne è una chiara espressione. Non possiamo dimenticare nemmeno le misure destinate alla costruzione di uno spazio poliziesco e giudiziario europeo, nell’ambito dell’Unione Europea; la politica contro il diritto d’asilo, contro i rifugiati politici. Non esistono più rifugiati degli stati membri dell’Unione Europea, dato che si considerano stati democratici e sono sempre meno numerosi i rifugiati politici del resto del mondo. L’espulsione di militanti di sinistra, europei o no, è ogni giorno più generalizzata nell’ambito dell’Unione, spesso accompagnata da maltrattamenti e torture, sotto la copertura di legislazioni speciali antiterroriste.

Senza contare l’enorme riduzione della libertà di espressione, di organizzazione, di manifestazione, di cui il caso basco è un chiaro esempio di ciò che si fa nell’ambito dell’Unione Europea (messa fuori legge di organizzazioni civili e politiche, chiusura di mezzi di comunicazione, sospensione del diritto di manifestazione e di pubblicazione della propaganda politica, negazione del diritto alla rappresentanza politica istituzionale al 15% della popolazione, applicazione della tortura), si può parlare non solo di deficit democratico ma di chiara mancanza di democrazia.

I riferimenti ai "popoli" d’Europa sono stati eliminati dalla futura Magna Charta europea, firmando con ciò

l’atto di morte delle nazioni senza stato. Il disprezzo verso i diritti collettivi e verso la biodiversità culturale è evidente fin dal primo articolo della bozza di Costituzione elaborata dalla Convenzione.

L’impalcatura istituzionale dell’UE, che garantisce l’Europa potenza nella sua politica estera e di difesa, l’Europa fortezza contro gli immigranti e l’Europa liberista contro i suoi lavoratori, nella bozza della Convenzione, resta subordinata ad un Consiglio dei Ministri, quest’ultimo contemporaneamente esecutivo e legislativo, che stabilisce un funzionamento dominato dagli interessi delle grandi potenze europee, il cosiddetto "direttorio", nell’Unione.

Si sgretola il mito di una Europa progressista "in sé e di per sé". Ma l'idea di una Europa "progressista" non esce in frantumi solo nella sfera economico/sociale. Sul piano della politica internazionale, mentre in molti si sono entusiasmati per le posizioni franco-tedesche contro la guerra in Iraq, l'UE ha adottato numerose scelte reazionarie. Anche su questioni come le sanzioni contro Cuba, la messa fuorilegge di Hamas e del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, nelle trattative con i paesi in via di sviluppo in sede di WTO, l'Unione Europea ha dato l'impressione di essersi "americanizzata", ma "in proprio". Pur smarcandosi dalle posizioni americane o israeliane, l'UE ha assunto posizioni aggressive contro altri paesi ed altri popoli. Secondo Thierry de Montbrial "il rischio di una crisi transatlantica grave come quella irachena è minore nel breve più che nel medio termine...Gli americani rifiutano categoricamente il concetto di mondo multipolare".

Da parte sua l’esecutivo europeo ha già inviato una forza militare europea in Congo e nei Balcani per "sperimentare" (per proprio conto e versus gli interessi americani in Africa) interventi nelle aree di crisi.

 

LA GUERRA: IL TERRENO ULTIMO DELLA COMPETIZIONE GLOBALE TRA I POLI IMPERIALISTI

La teoria e la storia purtroppo dimostrano che, in ambito capitalistico, l’unica modo per ripristinare un certo equilibrio tra blocchi imperialisti è la guerra. La guerra preventiva lanciata dal partito neoconservatore USA risponde a questa necessità, così come l’invasione e l’occupazione dell’Afganistan prima e dell’Iraq poi rispondono alla strategia imperialista di occupare aree del globo non solo per appropriarsi delle risorse ma anche e soprattutto per togliere queste risorse alle potenze concorrenti, indebolendo l’avversario prima che questi possa consolidarsi e sfidare seriamente la leadership mondiale della potenza dominante. Il controllo del Medio Oriente e dell’Afganistan permette agli USA di accaparrarsi ingenti risorse energetiche in una fase in cui esse sono in via di esaurimento ed una fonte alternativa a basso costo non è stata ancora individuata; di controllare il trasferimento e la trasformazione delle risorse energetiche attraverso la gestione dei cosiddetti corridoi; di controllare territori – disseminandoli di centinaia di migliaia di soldati e da basi militari tecnologicamente avanzate - ai confini delle potenze concorrenti o in aree potenzialmente egemonizzabili da queste ultime; infine, ma non per importanza, di impedire a paesi esterni ai blocchi già precostituiti di adottare come moneta di riserva e di scambio l’euro al posto del dollaro.

La sfida lanciata alla egemonia USA dalla creazione della moneta unica europea e dalla sua rapida estensione a numerose aree del sud del mondo (per lo più ex colonie europee e Paesi produttori di petrolio e gas) ha costretto gli Stati Uniti a rispondere utilizzando l’esercizio della forza che oggi si dirige verso aree esterne al blocco europeo e a quello asiatico ma che domani potrebbe colpire direttamente l’UE o potenze emergenti come Russia, Cina e India.

La divaricazione e la competizione tra l'Esercito Europeo con il progetto americano in ambito NATO è ormai evidente. La sua realizzazione, sancirebbe la rottura della subalternità militare europea agli Stati Uniti, ma anche che l'Unione Europea è disposta ad intervenire militarmente con propri uomini e mezzi nei teatri di crisi dove ritenesse minacciati i suoi interessi strategici (parole di Javier Solana) e lo farebbe come fino ad oggi lo hanno fatto gli USA, magari autonomamente ed anche in contrasto con gli interessi degli Stati Uniti nel Medio Oriente o in Africa, nell'Europa dell'Est o nel Caucaso.

Oggi, come affermava la risoluzione conclusiva del Seminario Comunista Internazionale del 2003, tutte le potenze imperialiste si stanno armando per poter intervenire efficacemente in ogni parte del mondo. Attualmente il divario tra le spese militari sostenute dagli Stati Uniti e quelle delle altre potenze mondiali è enorme. Le spese militari americane sono superiori di tre volte rispetto a quelle di tutti i paesi dell’Unione europea messi insieme. Sarebbe tragico se, per riequilibrare questa differenza ed affermare la propria autonomia, l'Ue inseguisse gli USA sulla strada del riarmo e dell'aumento delle spese militari. Ma innegabilmente è questo che sta avvenendo: nei programmi della commissione europea e del suo capo, Romano Prodi, si chiede esplicitamente un’impennata delle spese militari da sostenere attraverso l’ulteriore taglio delle spese sociali. L'asse franco-tedesco sta operando concretamente affinché le spese militari siano scorporate dai calcoli dei bilanci pubblici "imbrigliati" dal Patto di Stabilità.

Una nuova corsa agli armamenti non è la strada giusta per la prospettiva di un mondo multipolare, non più dominato dalla supremazia della superpotenza statunitense. Tale prospettiva va perseguita con una linea di disarmo progressivo e bilanciato, di riequilibrio al ribasso, che tuteli la sicurezza di ognuno e punti a un Trattato internazionale per la messa al bando effettiva di tutte le armi di sterminio, a partire da quelle nucleari. Si dice nel documento dello SCI 2003:

"È innegabile che imperialismo europeo stia sfruttando i paesi dominati e stia intervenendo militarmente là per i suoi interessi neo-coloniali. Ma imperialismo europeo non sta preparando guerre su vasta scala contro Russia o Cina." Se l’Europa non si pone oggi su questo terreno non è per mancanza di volontà, ma per inadeguatezza dal punto di vista tecnologico e militare.

Dire con forza no alla guerra significa non solo tenere i nostri paesi fuori dalla guerra e le basi militari USA e NATO fuori dall’Europa - a cominciare dal ritiro dei militari coinvolti in operazioni belliche. Significa anche creare le condizioni per una trasformazione democratica e sociale che, mettendo al bando la guerra, indichi un’alternativa di società tesa ad impedire che l’umanità sia nuovamente vittima delle guerre e della competizione globale tra le maggiori potenze capitaliste.

Lo smantellamento delle basi militari che ospitano armi nucleari, bombe, aviogetti statunitensi, deve costituire un obiettivo prioritario della "politica" ed un significativo passaggio di qualità dell'ampio e unitario movimento che si oppone alla guerra in Italia, in Europa, nel mondo.

Oggi buona parte dell’opinione pubblica europea, per la prima volta negli ultimi decenni, è ampiamente attraversata da un sentimento antiamericano, dimostrato dalle enormi mobilitazioni contro la guerra imperialista degli USA in Iraq. Ma anche una parte consistente dell’establishment europeo sostiene una campagna di denuncia dell’egemonismo USA che mira però a legittimare la prospettiva di un polo europeo concorrente agli USA alla quale i lavoratori e i popoli europei sono chiamati ad aderire in maniera acritica in nome della lotta al nemico principale.

I conflitti tra potenze capitaliste possono essere usati dai comunisti per ampliare la mobilitazione popolare contro il pericolo principale che sta minacciando il mondo: la guerra globale permanente dichiarata al mondo dagli USA. Ma di per sé il movimento contro la guerra scatenata dagli USA e il risveglio di una coscienza popolare antiamericana non sono sufficienti, perché possono giustificare, nell’opinione pubblica, la convinzione che contro la minaccia principale e imminente sia indispensabile un rafforzamento dell’Europa a qualunque condizione.

È quindi compito dei comunisti lavorare per la diffusione di una soggettività indipendente del movimento di classe europeo che sia si antagonista alla minaccia principale ma che doti i lavoratori e le classi sfruttate europee di forti anticorpi nei confronti di una adesione ad un progetto europeo alternativo agli USA ma altrettanto imperialista. Sarebbe tragico se i comunisti rinunciassero a lottare contro l’imperialismo di casa propria in nome dell’emergenza determinata dal nemico principale, che pure a nostro parere sono gli USA.

Il rafforzamento di una sorta di "nazionalismo europeo" in seno alle classi popolari va assolutamente respinto e combattuto perché rappresenterebbe una condizione assai negativa per lo sviluppo di una coscienza contraria alla guerra e potenzialmente antimperialista.

 

RAFFORZARE L’INDIPENDENZA STRATEGICA DEI COMUNISTI E DELLA CLASSE LAVORATRICE DAI POLI IMPERIALISTI

L’imperialismo, dal punto di vista di Lenin, non è né una linea politica né tantomeno una scelta di potenza da parte di un governo o di uno Stato, bensì soprattutto una formazione economico-sociale, specifico risultato storico dell’evoluzione del modo di produzione capitalistico. L’imperialismo rappresenta la conseguenza dello sviluppo delle contraddizioni del capitalismo, essendone al tempo stesso il tentativo estremo di risolverle e la causa del loro ulteriore inasprimento.

Se oggi l’aggressività dell’imperialismo USA costituisce la minaccia più grave ed immediata non bisogna dimenticare che per la classe lavoratrice europea il rapido sviluppo e consolidamento dell’imperialismo europeo costituisce una minaccia altrettanto grave. Per questo è di fondamentale importanza stabilire un corretto posizionamento dei comunisti e dei loro possibili alleati nei confronti del processo di costruzione e di allargamento dell’Unione che si basi sulla necessità di lottare contro il suo carattere imperialista.

Non solo i rappresentanti diretti del capitale monopolistico, ma anche molti esponenti politici e intellettuali di una sinistra che può essere considerata "filoimperialista" ci invitano a lavorare il "Principe" o per il "Re di Prussia" contro "L'Imperatore". Anche un intellettuale progressista come Samir Amin in un suo recente saggio parla della riedizione di una sorta di alleanza anti-nazista nella Seconda Guerra Mondiale che veda insieme movimenti per la pace, sinistre e governi europei ed euroasiatici. E' una suggestione "forte" ma all'epoca un ruolo di rilievo e di riferimento dell'alleanza era svolto dall'l'URSS. Oggi dovremmo accontentarci e appiattirci su Chirac, Schroeder e Putin?

Oggi una serie di domande si pongono ai comunisti: dobbiamo accettare il rafforzamento dell'Unione Europea in nome di un riequilibrio dello strapotere USA? Può la politica dei governi europei agire diversamente da quella realizzata finora? E' possibile che la vittoria di un’opzione riformista/progressista nelle istituzioni europee possa deviare significativamente da questa offensiva antipopolare e militarista che si delinea piuttosto chiaramente? Alla luce di quanto scritto nella Costituzione Europea, ma soprattutto del processo materiale e delle forze sociali che l'hanno determinata, dobbiamo rispondere di no. Non era possibile e difficilmente lo sarà senza una rottura sociale e politica profonda dell'egemonia e del processo che ha portato all'unificazione politica dell'Europa. Questa consapevolezza appare ancora irrisoria in gran parte della sinistra europea e troppo "leggera" nei movimenti antiliberisti che pure hanno rappresentato il massimo di radicalità possibile in questi ultimi anni. I comunisti devono lavorare per il riarmo ideologico del movimento sindacale e della sinistra affinché i movimenti popolari possano sviluppare un proprio punto di vista indipendente dalla classi dominanti.

Il calendario della costruzione europea procede a tappe forzate. Prima del 2006, tutti gli stati membri della

futura Unione dovranno ratificare il trattato costituzionale, attraverso consultazioni popolari -referendum- o tramite accordi presi nelle istituzioni competenti e che, durante questo tempo, continuerà ad essere in vigore il Trattato di Nizza. Per il 2009 tutte le legislazioni statali dovranno essere state modificate in funzione del trattato costituzionale approvato; tutto ciò detta un calendario politico, che la sinistra deve affrontare per modificare sostanzialmente, ove non fosse possibile paralizzarlo.

La richiesta di un referendum sulla Costituzione Europea (sostenendo il NO) e l'opposizione alle dottrine strategiche e agli stanziamenti funzionali all'Esercito Europeo, sono due "piccoli/grandi" elementi di programma che dovranno vivere ed accompagnare la mobilitazione generale contro la guerra preventiva statunitense e il modello neoliberista. Su questo i comunisti devono saper costruire le loro alleanze sociali e politiche nello scenario europeo ed internazionale (l'alleanza tra i popoli di Seattle e Firenze con quelli di Durban e Cancùn).

Se storicamente la borghesia ha rivendicato i diritti a livello individuale e lo stato-nazione come copertura ideologica per giustificare il suo potere, il proletariato rivendica invece dei diritti collettivi, l’identità operaia di classe, la cui base è lo sfruttamento che subisce sotto il capitalismo. Contro gli stati nazionali della borghesia, la classe operaia rivendica la sua unione mondiale di classe: l’internazionalismo.

I comunisti, confondendo identità nazionale e stato-nazione, hanno spesso considerato la nazione come uno strumento per la divisione della classe operaia, respingendo la questione nazionale dal proprio discorso. Tuttavia, l’esperienza ha dimostrato che la costituzione di organizzazioni basate sul riconoscimento del diritto all’autodeterminazione per tutti i popoli è spesso positiva e, inoltre, aumenta la capacità di mobilitazione antimperialista. Se si tiene conto dell’accelerazione verso una "Politica estera comune" e della nomina di un "Segretario per la politica estera" occorre rendersi conto che ci troviamo di fronte alla rapida formazione di un nuovo Stato Sovranazionale dominato dal Capitale Monopolistico europeo e votato alla competizione globale per la spartizione del pianeta. Ciò vuol dire che i parlamenti statali perderanno ogni potere effettivo sulle politiche dell’Unione, e quindi verrà meno ogni possibilità per le popolazioni europee di incidere sulle decisioni della UE. Gli obiettivi dell’Unione Economica e Monetaria non possono essere realizzati se gli Stati Membri non rinunciano alla propria sovranità ed è quindi assai positivo che in alcuni paesi del Nord Europa si sia diffusa, a volte imponendosi, una posizione contraria all’ingresso nell’UE o a all’adozione della moneta unica.

Occorre quindi difendere l’esercizio della autodeterminazione nazionale (degli Stati ma anche dei popoli senza stato) opponendola alla concentrazione del potere in un gruppo ristretto di burocrati espressione diretta degli interessi del capitale monopolistico europeo.

Ma dobbiamo anche lavorare alla creazione di strumenti politici, non solo nazionali o statali, ma anche internazionali, che uniscano ed articolino nella pratica i lavoratori e le lavoratrici, le nazioni senza Stato, i settori progressisti, tutti gli spazi politici e sociali contrari a questo modello europeo. La sinistra anticapitalista europea deve articolare una piattaforma minima, che contenga le principali rivendicazioni comuni per creare un fronte comune di rifiuto che, attraverso la lotta di massa, istituzionale e ideologica, faccia fronte all’instaurazione della dittatura neoliberista. Mettere in competizione i lavoratori della periferia interna con i lavoratori della "vecchia Europa" significa un regresso degli standard sociali e politici complessivi dei lavoratori in Europa. Un regresso che solo una capacità coordinata di lotte sociali e sindacali tra tutti i soggetti del lavoro salariato nel cuore e nella periferia interna del polo europeo potrebbe ostacolare e, possibilmente, fermare. I comunisti devono quindi lavorare per la ricomposizione della classe operaia come soggetto di cambiamento andare oltre la denuncia.

Dopo l’aggressione e lo sventramento della Yugoslavia non si può sperare che l’UE contribuisca in alcun modo alla pace e alla stabilità mondiale. Oggi se l’argomento della "Europa Sociale" può e deve essere utilizzato nella propaganda e nella mobilitazione politica di massa, è chiaro che non si può pensare di cambiare la natura del progetto imperialista europeo dal di dentro. Solamente la paralisi del progetto di unificazione sia territoriale che politica e militare del continente potrà permettere alla classe lavoratrice e ai popoli europei di bloccare la costruzione di un nuovo polo imperialista la cui aggressività di rivolge da subito, per il suo consolidamento, contro il proletariato ma in prospettiva contro gli altri poli creando una prospettiva di guerra totale, come già avvenuto nel passato. Solo la disintegrazione dell’attuale livello di integrazione dell’Unione Europea potrà creare le condizioni per la creazione di una nuova ipotesi di unificazione continentale, questa volta sotto il segno della libera associazione dei popoli e delle classi lavoratrici nazionali e non dell’imposizione della borghesia monopolista e degli stati al suo servizio.

È chiaro che se a livello tattico i comunisti devono perseguire attraverso ampie alleanze politiche e sociali la rottura dei patti internazionali decisi dalla borghesia dei propri paesi (NATO, FMI, ecc) a livello strategico devono necessariamente perseguire la conquista del potere da parte delle classi lavoratrici in una prospettiva di trasformazione socialista del modo di produzione.

Italian Communist’s Network (april 2004)