Contribution au 12ème séminaire communiste international
"Il Partito Marxista-Leninista ed il Fronte Antimperialista di fronte alla guerra"
Bruxelles, 2-4 mai 2003

www.icsbrussels.org , ics[at]icsbrussels.org

Assemblea Nazionale Anticapitalista (Italia)

 

Il nuovo espansionismo imperialista e l’aggressione all’Iraq "

Analisi delle politiche di guerra degli USA dall'11 settembre."

L’attacco alla parte che resiste di più del Mondo Arabo, ripreso in maniera forte con l’aggressione all’Iraq, rappresenta con tutta evidenza "solo" un altro passo nella strategia neocolonialista dell’imperialismo anglo-americano, teorizzata dai suoi circoli ultrareazionari da circa un decennio e formalizzata, con tempismo sospetto, all’indomani dell’attacco al Pentagono e alle Twin Towers.

"Gli Stati Uniti sfrutteranno l'opportunità di questo momento per estendere i benefici della libertà in tutto il pianeta. C’impegneremo attivamente per portare la speranza della democrazia, dello sviluppo, del libero mercato e del libero commercio in ogni angolo del mondo". (Dall’introduzione di G. W. Bush al "The National Security Strategy of the United States of America", settembre 2002)

La strategia americana, esplicitata nel documento della Casa Bianca sopra citato, espone chiaramente un programma d’espansione imperialista degli USA su scala mondiale. Il documento, infatti, parte dalla premessa che l’unico modello di società che possa garantire prosperità e sicurezza è quello basato sul libero mercato e la liberal-democrazia: il capitalismo. Tutto ciò che a questo modello non si sottomette, quindi, è il Male che genera tirannide e terrorismo (cap. 6.3). Ma la reale motivazione di questa guerra duratura contro il terrorismo è apertamente dichiarata quando si parla, letteralmente, di opportunità per tentare di rilanciare "una nuova era di crescita economica globale attraverso liberi mercati e libero commercio".

La chiave per la comprensione di ciò che sta accadendo è dunque, ancora una volta, la crisi economica del capitalismo a livello internazionale ed in questo contesto la borghesia imperialista statunitense non può tollerare la perdita del monopolio del dollaro, quale valuta di riferimento delle transazioni internazionali, perché non riuscirebbe più nemmeno a finanziare l’enorme debito con cui paga il budget della difesa.

Anche gli interessi economici che guidano l’espansione della NATO in Europa sono tanto palesi che il presidente del comitato USA sulla NATO, è Bruce Jackson, un ex ufficiale dell’intelligence militare, diventato vicepresidente della Lockeed Martin, il colosso industriale delle armi ed il principale fornitore di controlli finanziari e di servizi di contabilità del Pentagono.

Jackson ha lasciato la Lockeed Martin nell'agosto 2002 per assumere il suo nuovo incarico a tempo pieno di "promotore della democrazia in un’Europa unita". Il chiarimento esplicito sugli interessi economici, che in realtà stanno dietro l’espansione dell’Alleanza Atlantica, si è avuto quando egli ha recentemente ricordato alla Bulgaria che la sua appartenenza alla NATO dipenderà dalla vendita dell’impresa nazionale del tabacco al "giusto" acquirente straniero.

Il tentativo dell’asse franco-tedesco di non farsi trascinare nella guerra in Medio Oriente è legato, dunque, esclusivamente a queste ragioni imperialiste e non ad aspirazioni pacifiste. Se la guerra contro la Jugoslavia ha rallentato l’avvicinamento di un’Europa, il cui PIL aveva quasi raggiunto gli USA, queste nuove campagne militari in Medio Oriente favoriscono una supremazia ancora più forte all’imperialismo USA.

Questa strategia di ripresa delle aggressioni militari mette da parte le vie "pacifiche" delle pressioni e delle ingerenze economico-diplomatiche (come nel caso del "Blocco" di Cuba, e degli "embarghi" attuati o minacciati contro i cosiddetti Stati-canaglia) cercando, attraverso i bombardamenti ed il genocidio di popolazioni inermi, di assicurarsi più velocemente lo stesso obiettivo: rispondere alla crisi capitalista cercando di sottomettere ai propri interessi l’intero mercato mondiale.

Indubbiamente, uno degli obiettivi più importanti dello schieramento imperialista anglo-americano, è la riorganizzazione del comando imperialista a livello internazionale, attraverso l’imposizione di un nuovo controllo delle materie prime e delle vie di comunicazione, dalle quali dipendono direttamente le economie degli altri poli concorrenti: ossia quello imperialista europeo e quello delle economie emergenti asiatiche.

L’obiettivo di questa fase è una più severa gerarchia del comando a guida USA sullo scenario internazionale che, passando attraverso le "rotte dell’oro nero", vuole condizionare fortemente le relazioni internazionali a proprio vantaggio, cercando di ingabbiare preventivamente quelle forze imperialiste troppo esuberanti e "ambiziose", che mostrano l’intenzione di accrescere la loro autonomia di azione all’interno del sistema capitalistico mondiale con il rischio che questo modifichi i rapporti di forza e indebolisca la capacità di accumulazione del capitale nordamericano.

Un’operazione, quella del neocolonialismo anglo-americano, che sta procedendo a tappe forzate attraverso l’occupazione militare diretta, proprio dei centri energetici nevralgici del pianeta, come il Mar Caspio, l’Asia Centrale ed il Medio Oriente, insediando ex-novo proprie guarnigioni ed installazioni militari permanenti nei paesi che ospitano o che sono limitrofi ai pozzi petroliferi e alle pipe-lines, come nel caso di quasi tutte le repubbliche asiatiche ex-sovietiche, dei paesi arabi del Golfo ed, ora, dell’Iraq.

Un’accelerazione, quella in Medio Oriente, motivata anche dalla crescente resistenza di alcuni dei paesi e dei popoli arabi della regione che continuano a non rassegnarsi a dover subire il dominio coloniale imperialista.

Una volontà di resistenza simbolicamente rappresentata dall’Intifada arabo-palestinese che, attraverso sacrifici enormi, sta smascherando la fragilità strategica del cancerogeno insediamento sionista nell’area (Israele) nonostante la sua enorme potenza militare. Anche per questo è necessario per l’imperialismo ridisegnare le mappe politiche della regione attraverso le truppe d’invasione coloniale anglo-americane e dei loro succubi lacchè (Italia, Spagna e paesi ex-socialisti europei).

Un sodalizio strategico, quello tra sionismo e imperialismo, che si manifesta nella manifesta intenzione degli anglo-americani di applicare direttamente lo schema di occupazione coloniale sionista all’intera regione mediorientale, con la creazione di protettorati amministrati da generali, da traditori e da banchieri come Karzai, Abu Mazen e Chalabi al servizio dell’occidente capitalista facendo assomigliare i nuovi stati fantoccio a bantustans arabi sulle vie del petrolio e dell’acqua.

E per chi non si piegherà a questa nuova Road Map mediorientale, saranno ancora bombe e distruzione.

E’ questo il motivo reale delle continue minacce e avvertimenti nei confronti dell’Iran e della Siria – vedi bombardamento preventivo del bus siriano, costato decine di morti e feriti -, il paese che più di tutti si oppone alla pax sionista-americana nella regione, e l’ordine impartitogli dai gerarchi americani di cacciare i rappresentanti della resistenza araba antisionista e antimperialista dal proprio territorio, tra cui figurano, solo per citarne alcuni, i palestinesi FPLP, FPLP-CG, FDLP, Saika, Jihad, Hamas, e il libanese Hizbullah.

Da questa nuovo disegno degli scenari internazionali, ovviamente, non sono escluse la potenza in declino della Russia e quella in ascesa della Cina alle quali, in un modo o nell’altro, la superpotenza americana, con la sua guerra preventiva, sta mandando segnali forti e chiari di volontà dominatrice.

Non è casuale che, oltre a garantire il presidio delle fonti energetiche, il posizionamento delle truppe statunitensi lungo la direttrice caspico-mediorientale-centrasiatica, ha l’obiettivo di tenere la pistola alla tempia di queste potenze che, oltre a rappresentare ghiottissimi mercati da penetrare, perseguono i propri interessi nazionali – sostenuti da una importante capacità strategico-militare - e non assecondano le mire imperialiste, ma addirittura potrebbero contrastarle apertamente in un futuro ormai prossimo.

Su questo scacchiere va interpretata la mossa di pressioni sempre più prepotenti nei confronti della Repubblica Democratica Popolare della Corea del Nord, considerata dagli americani "pericolosamente" vicina alla politica cinese e possibile elemento destabilizzatore della Corea del Sud.

In questo quadro dominato di una strategia americana, che possiamo definire di stampo nazista e che sta facendo da preludio ad uno scenario da fine anni ’30, sarebbe un grave errore per i comunisti e gli antimperialisti, cadere nella tentazione di appiattirsi su posizioni "europeiste", dove per questo si intende la politica del temporaggiamento opportunista dei socialimperialisti europei a guida franco-tedesca.

Nulla hanno a che vedere con la volontà di pace dei popoli, le deboli posizioni d’interdizione politico-diplomatica dei socialimperialisti europei - seguiti docilmente dai cosiddetti eurocomunisti – che, coscienti dell’attuale loro debolezza politico-militare, hanno prima tentato di mettere i bastoni tra le ruote al carro armato americano puntando disperatamente su quell’ONU che già avevano contribuito a rendere inutile con la guerra alla Jugoslavia, per poi cercare opportunisticamente di rimettersi in corsa sul business della ricostruzione e della spartizione post-bellica in Mesopotamia.

Questo prima cavalcando l’ondata di protesta dell’imponente movimento pacifista mondiale e poi scaricandolo in nome della ricostruzione di relazioni "amichevoli" all’interno della UE e con gli USA.

Gli utlimi anni stanno rendendo palese il ruolo puramente ideologico del principio di legalità internazionale sbandierato da più parti.

La civiltà dell’imperialismo, così com’è fatta, non potrebbe esistere se il suo sviluppo non fosse coinciso e non coincidesse, letteralmente, con la violazione dei "diritti dei popoli". L’ONU è formalmente fondata sul diritto internazionale per meglio garantire la copertura degli interessi imperialistici e quando non serve a questo scopo, a causa dei mutati rapporti internazionali, è solo un organismo vuoto e privo di potere decisionale.

Richiedere a gran voce il ruolo dell'ONU per la ricostruzione e la democrazia o per la convocazione di una conferenza di pace per il medio oriente significa imbandire la tavola ai paesi imperialisti per una nuova spartizione delle risorse dei popoli arabi (basti solo ricordare le decine di risoluzioni dell’ONU violate da Israele, Turchia e altri "amici americani", e mai fatte rispettare in qualche modo).

Senza escludere un possibile utilizzo "critico" e tattico del parola d'ordine del "diritto internazionale", è bene però ricordare che, senza rapporti di forza favorevoli, le istituzioni internazionali come l'ONU non hanno significato altro per le classi sfruttate che un aggravamento delle proprie condizioni.

Anche per questo motivo sarebbe infausto invocare un rafforzamento dell’Unione Europea che, "con o senza" un’unica politica estera e militare indipendente, rappresenta nient’altro che la volontà strategica del capitale europeo di competere con quello anglo-americano fino alle estreme e disastrose conseguenze che, in un modo o nell’altro, saranno i popoli a dover pagare in termini di ulteriori sacrifici, guerre e sfruttamento. Con la guerra o con la pax imperialista.

Il filo comune tra imperialismo USA e paesi imperialisti europei è proprio la propensione alle guerre di rapina verso l’esterno e l’attacco alle conquiste della classe operaia all’interno, così come la progressiva restrizione dei già angusti spazi di agibilità "democratica" e le leggi repressive elaborate contro i movimenti antimperialisti.

Questi sono tutti aspetti diversi di una stessa politica per tentare di risollevarsi temporaneamente da una crisi tanto potente da trascinare nel baratro colossi come la Worldcom la Enron negli USA, la Fiat in Italia o interi paesi come l’Argentina.

Per concludere c’è, invece, la necessità di individuare quale linea di condotta rimane da seguire per i comunisti e gli antimperialisti di fronte a questa massiccia offensiva imperialista e che potrebbe essere sintetizzata in due parole: RESISTERE, LOTTANDO.

Resistere, lottando con tenacia, audacia e organizzazione, secondo le possibilità e capacità specifiche in ogni angolo del pianeta, questo deve essere il nostro programma minimo.

Serrare i ranghi delle forze internazionaliste ed antimperialiste, aumentando la collaborazione tra i settori d’avanguardia del proletariato europeo e quelli dei popoli del Sud del mondo.

Specialmente per i rivoluzionari europei nel Mediterraneo, in questa fase, assume un’importanza strategica lo schierarsi in un comune fronte di lotta con le forze della composita resistenza araba, indipendentemente dall’attuale matrice che possa essere marxista, nazionalista o anche religiosa.

La vera discriminante attuale per l'unità tra le classi lavoratrici ed i popoli che resistono al giogo dello sfruttamento e dell’oppressione capitalista è basarsi su una chiara e cristallina proiezione di lotta antimperialista e antisionista.

Resistere, lottando e provare ad impantanare l’imperialismo in quest’area del mondo oggi, significa ritardare l’avanzare della sua guerra preventiva contro altri popoli e nazioni, già nella lista nera degli strateghi imperialisti, e che non è difficile individuare in Cuba e nei movimenti guerriglieri e progressisti dell’America Latina.

L’internazionalismo proletario e dei popoli è un’arma strategica: impariamo ad usarla.

Assemblea Nazionale Anticapitalista

Maggio 2003